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La pazza gioia

La pazza gioia

Sulle amene colline pistoiesi sorge Villa Biondi, comunità terapeutica di recupero per donne con problemi psichici e giudiziari. Qui avviene l’incontro tra l’eccentrica Beatrice, di aristocratico lignaggio, e la schiva Donatella, dalle umili origini. Due mondi agli antipodi, accomunati dalla sofferenza mentale e dal disagio.

Trama

13/12/2016 - La pazza gioia di Paolo Virzì. Con Valeria Bruni Tedeschi, Micaela Ramazzotti - Commedia drammatica. Durata 118 min. - Italia 2016

Sulle amene colline pistoiesi sorge Villa Biondi, comunità terapeutica di recupero per donne con problemi psichici e giudiziari. Qui avviene l’incontro tra l’eccentrica Beatrice, di aristocratico lignaggio, e la schiva Donatella, dalle umili origini. Due mondi agli antipodi, accomunati dalla sofferenza mentale e dal disagio. E quando, casualmente, le protagoniste si ritroveranno libere all’esterno della struttura, approfitteranno della situazione per darsi alla pazza gioia.

Presentato con grande successo al Festival di Cannes, nella sezione ‘Quinzaine des realisateurs’ (e perché non in Concorso?), il nuovo film di Paolo Virzì conferma la capacità dell’autore livornese di raccontare storie che mirano diritto al cuore dello spettatore. Archiviata la parentesi brianzola de “Il capitale umano”, Virzì torna nella sua Toscana, ritrovando quell’humus fertile in cui si mescolano ironia beffarda, goliardia e malinconia esistenziale. Al suo fianco, in fase di sceneggiatura, la collega Francesca Archibugi. E, soprattutto, una coppia di attrici in stato di grazia. Puntando in direzioni opposte, Valeria Bruni Tedeschi carica di eccessi il suo personaggio istrionico e mitomane, mentre lavora in sottrazione Micaela Ramazzotti, disegnando il ruolo tragico di una madre fragile e depressa, a cui è stato sottratto un figlio. Una coppia strampalata che regala emozioni e commuove.

“La pazza gioia” finisce con l’essere un road movie al femminile, e il pensiero non può che andare a un caposaldo del genere come “Thelma & Louise”. Intorno alle protagoniste si muove un coro di assistenti sociali, medici e operatori sanitari che partecipano, con evidente trasporto, nel creare un’atmosfera cinematografica serena e positiva. Più volte indicato come il vero erede della commedia all’italiana, per la sua capacità di fondere una vena comica e brillante con un retrogusto amaro, Virzì non rinuncia ad alcune frecciatine sarcastiche sull’ambiente del cinema italiano e sul ventennio berlusconiano (l’ex premier appare in foto insieme a Beatrice). Mentre sul fronte dell’impegno sociale, il regista non manca di sottolineare la labile differenza tra il mondo dei cosiddetti “normali” e quello dei pazzi. Un tema ricorrente, che riesce sempre a toccare le corde emotive del pubblico.

Svalvolate e ferite, umiliate dai loro compagni e abbandonate dalla società, Beatrice e Donatella sono destinate a entrare nella memoria collettiva e nella galleria delle icone cinematografiche, simbolo di un universo femminile precario e instabile. Un bellissimo ritratto, cesellato da un regista che ama le donne e attraverso l’empatia contagiosa trascina lo spettatore nelle vicende umane dei suoi personaggi.  

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